I colori nella storia dell PowerPoint PPT Presentation

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Title: I colori nella storia dell


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I colori nella storia dellUomo
  • la preistoria
  • gli Egizi
  • il mondo greco-romano
  • lOriente
  • il Sudamerica
  • il Medioevo
  • il Rinascimento
  • lera moderna
  • lera contemporanea

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Roma caput mundi
La storia del colore nella civiltà romana è
legata strettamente alle civiltà che lavevano
preceduta o affiancata la greca, letrusca,
legizia, la fenicia e tutte quelle con cui essa
era venuta in contatto, in virtù dellenorme
espansione dellImpero romano
Questo per dire che lantica Roma, più che
proporre nuove tecniche o nuovi materiali
nellambito pittorico, agì piuttosto da centro di
raccolta, assorbendo i contributi delle altre
civiltà e riorganizzandoli, a differenza delle
altre civiltà che sviluppavano in maniera
indipendente le loro tecniche È chiaro che un
ruolo decisivo in questo processo di integrazione
lo ebbero i commerci a Roma giungevano materie
prime da tutte le parti dellImpero e oltre,
inclusi, ovviamente, pigmenti e coloranti. Gli
artisti Romani avevano quindi a disposizione una
tavolozza molto ricca
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Fonti bibliografiche
Le fonti bibliografiche sullarte romana sono
numerosissime e preziose, fornendo informazioni
non solo in relazione alla civiltà Romana ma
anche ad altre culture. La fonte principale sulle
tecniche e sui materiali pittori è ovviamente
Plinio il Vecchio, ma importanti sono anche
larchitetto Marco Vitruvio Pollone, autore del
De Architectura il medico greco Dioscoride
Pedanio, autore del trattato Della materia
medica lo storico e geografo Strabone, autore
del Geografika il filosofo Teofrasto di Lesbo,
discepolo di Platone e Aristotele, considerato il
fondatore della botanica
Oltre a questi che possono essere considerati
veri e propri cronisti del loro tempo, cè poi da
considerare il contributo di quei filosofi greci
e romani che si occuparono del colore per tentare
di spiegarne la natura. Già Platone individuava
una duplice natura, oggettiva e soggettiva, nel
colore, mentre Lucrezio nel De rerum natura
afferma che la sensazione del colore è estranea
alla natura intima della materia
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Plinio il Vecchio
Certamente la fonte più importante che possediamo
è Gaio Plinio Secondo detto Plinio il Vecchio,
cronista eccezionale del proprio tempo (I secolo
d.C.). Plinio si occupò di molti aspetti della
scienza, della tecnica e dell'arte anche se non
si può definire a rigori uno scienziato ma
piuttosto un erudito. Questa sete di conoscenza
fu anche la causa della sua morte, avvenuta, come
è noto, nel 79 d.C. in occasione dell'eruzione
del Vesuvio che lui era andato ad investigare
troppo da vicino Il suo sapere è condensato in
quell'opera enciclopedica in 37 libri nota come
Naturalis historia in cui, oltre a discettare di
tutte le branche del sapere del suo tempo, si
occupa anche di arte pittorica. Il libro XXXV è
interamente dedicato ai colores, con informazioni
sulla loro natura, provenienza, tecniche di
sintesi e costo
La lettura del testo di Plinio richiede una certa
attenzione in quanto l'autore non mostra molto
senso critico, raccogliendo notizie fantastiche
insieme ad altre più fondate, e nell'uso dei nomi
per indicare i pigmenti è spesso impreciso,
usando lo stesso nome per due pigmenti diversi o
dando più nomi allo stesso composto
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Testi sacri
Alcune indicazioni sui materiali pittorici
impiegati in antichità nel bacino del
Mediterraneo si trovano nei testi sacri, come la
Bibbia e il Talmud In questi testi ci sono spesso
indicazioni sulle sostanze da impiegare in alcune
situazioni, per esempio nella tintura di
paramenti religiosi. Le
indicazioni sono molto precise non tanto dal
punto di vista scientifico (spesso, anzi, è
difficile interpretarne il significato) quanto da
quello dottrinale è specifico che quelle e solo
quelle sono le sostanze da usare Nella Bibbia,
Vecchio Testamento, il libro dell'Esodo è noto
per contenere numerose prescrizioni. In Esodo
285 si dice, riferendosi agli Israeliti, che
"essi dovranno usare oro, porpora viola e porpora
rossa, scarlatto e bisso" nella manifattura dei
paramenti sacri dei Sacerdoti, che prevedeva
l'uso di coloranti aventi requisiti ben specifici
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Oltre che dalle fonti bibliografiche, molte
informazioni sull'arte romana ci vengono
dall'analisi delle opere pittoriche che si sono
mantenute nel tempo. Un ruolo di primaria
importanza hanno ovviamente le testimonianze
rinvenute negli scavi di Pompei, sia per quanto
riguarda gli affreschi che si sono mantenuti
intatti (come Gli amori di Venere e di Marte,
dx), sia per quanto riguarda i resti di pigmenti
usati dagli artisti dell'epoca (sotto)
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Un passo indietro i Greci
Prima di parlare di Roma è opportuno illustrare
limportanza dellarte greca, che ha
immediatamente preceduto e quindi influenzato
larte pittorica romana. Gli antichi Romani
adoravano larte greca, e numerosi laboratori a
Roma sfornavano grandi quantità di riproduzioni,
al punto che gli esperti darte dicono che oggi è
quasi impossibile distinguere ciò che è
autenticamente greco dalle imitazioni romane
La civiltà Egizia influenzò notevolmente le
culture limitrofe e in particolare quella greca.
Dal punto di vista artistico, quindi, i Greci
impararono le tecniche dell'antico Egitto
utilizzandole per creare una propria
tradizione Dipinti risalenti al 600 a.C.
ricalcano ancora fortemente lo stile egizio, ma
già dal V secolo a.C. lo stile è cambiato
notevolmente
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Un po di storia
Generalmente gli storici definiscono l'arte greca
come prodotta nel mondo di lingua greca in un
periodo compreso tra il 1000 a.C. e il 100 a.C.
circa, suddiviso tra periodo arcaico (VII-V
secolo a.C.), classico (V-IV secolo a.C.) ed
ellenistico (IV-I secolo a.C.). Sono escluse
l'arte minoica e micenea (o arte egea), che
fiorirono tra il 1500 e il 1200 a.C. sebbene la
seconda fosse già probabilmente di lingua greca,
non esiste una vera continuità tra l'arte di
queste culture e la successiva arte
greca All'estremità opposta di questa scala
temporale, gli storici dell'arte ritengono che la
Grecia antica come cultura distinta ebbe termine
con lo stabilirsi del dominio romano sul mondo di
lingua greca, che avvenne intorno al 100 a.C.
Il motore dell'arte greca era la città-stato
Atene dove molte forme di espressione furono
inventate o sviluppate
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La pittura greca
In realtà, noi abbiamo rare testimonianze dirette
dellarte pittorica greca, in quanto pochi
dipinti dalla Grecia antica sono sopravvissuti.
Per questi ciò è dovuto a eventi eccezionali come
eruzioni vulcaniche o terremoti, che hanno
conservato, per quanto possa sembrare strano, le
opere pittoriche coinvolte. Si tratta per lo più
di pitture murarie, conservate in tombe o in
edifici, e risalenti allEtà del Bronzo La
maggior parte dell'informazione ci deriva quindi
da scritti dell'epoca. Sappiamo che i Greci
continuarono luso delle tecniche dellaffresco,
dellencausto, delle tempere e dellacquerello
La situazione è completamente diversa per ciò che
riguarda la pittura su ceramica, di cui esiste
grande ricchezza di testimonianze di ogni epoca
della civiltà greca e sulla quale sono stati
effettuati numerosi studi per lidentificazione
dei materiali impiegati
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Larte egea
I dipinti più antichi del mondo Greco
appartengono alle culture dellEtà del Bronzo che
si svilupparono nel Mar Egeo minoica e micenea.
Esempi mirabili si trovano sullisola di Creta.
Quando i Micenei distrussero i palazzi dei
regnanti Minoici nel 1400 a.C., gli affreschi
rimasero sotto le macerie ma sopravvissero. Un
altro insieme di affreschi è situato nellisola
di Thera o Santorini, e altri si trovano nei
palazzi dei re Micenei sulla Grecia peninsulare
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Esempi di arte egea
Affreschi dai palazzi di Cnosso (Creta). I
pigmenti impiegati sono quelli della quadricromia
classica, basata soprattutto sulle ocre, ma sono
presenti anche blu e verdi i blu in particolare
sono interessanti in quanto costituiti dal
glaucofane, un silicato del gruppo degli anfiboli
avente formula Na2(Mg,Fe)3Al2Si8O22(OH)2, o dal
blu Egiziano, presente, sembra, già dal 3000 a.C.
e perciò di possibile produzione locale
Affresco da una casa di Akrotiri, sullisola di
Thera, città distrutta da uneruzione vulcanica
attorno al 1600 a.C.
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Porpora di Tiro?
Ancora più interessante è la scoperta che in
alcuni affreschi sulisola di Creta sarebbe stata
individuata la porpora di Tiro, colorante tra i
più nobili dellintera storia dellarte.
Lanalisi XRF su un frammento color porpora
mostra la presenza di bromo, tipica della
molecola a struttura indigoide
Altre analisi hanno evidenziato la presenza
dellaragonite (CaCO3), fase cristallina tipica
delle conchiglie, confermando lorigine marina
del pigmento (in realtà usato come lacca derivata
dal colorante)
Dalla civiltà minoica deriva anche la prima
testimonianza delluso della porpora di Tiro come
colorante tessile, risalente al 1600 a.C.
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I pigmenti dei Greci
Le evidenze archeologiche ci dicono che nel
periodo classico (V-IV secolo a.C.) i pittori
greci impiegavano soltanto quattro colori. Ciò è
confermato da Plinio che afferma, a proposito del
pittore greco Apelle, come egli usasse melinum o
bianco di Milo (un'argilla bianca), sil atticum
(ocra gialla), sinopia (ocra rossa) e atramentum
o nero di carbone. Queste informazioni ci
derivano anche da copie romane di mosaici e
affreschi greci, come la Battaglia di Isso,
mosaico del III secolo a.C. conservato presso il
Museo Nazionale di Napoli e ritenuto copia di un
originale greco risalente al IV secolo d.C. a
opera di Filosseno di Eritrea L'introduzione di
questa quadricromia, secondo le indicazioni di
Plinio, si può far
risalire al V-IV secolo a.C. la impiegavano
artisti come Apelle (il pittore preferito da
Alessandro Magno), Nicomaco, Polignoto e Zeuxi.
Secondo alcune teorie, l'uso di soli quattro
colori potrebbe essere stato ispirato dalla
dottrina del filosofo Empedocle e dai quattro
elementi naturali acqua, aria, terra e fuoco.
Sembra inoltre da collegare all'invenzione della
tecnica del chiaroscuro
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In realtà i pittori Greci disponevano di una
tavolozza ben più ampia e comprendente
sicuramente pigmenti blu e verdi. I Greci
ereditarono infatti la tavolozza degli Egizi,
compreso il blu Egiziano, e inoltre introdussero
nuovi pigmenti sia naturali, sia artificiali.
Certo è difficile stabilire il punto d'inizio
dell'impiego di un pigmento in epoche antiche, e
alcuni dei prodotti nuovi potevano essere già in
uso presso gli Egizi o anche i Babilonesi. È
comunque plausibile attribuire ai Greci
l'introduzione del seppia, dell'oro e della
crisocolla
  • il seppia è una dispersione marrone scuro che si
    otteneva dalle sacche dell'inchiostro delle
    seppie essiccate e macinate, eventualmente
    purificando con una base e poi riprecipitando

con un acido. Il seppia è composto da melanina,
la sostanza che provoca la pigmentazione della
pelle, un copolimero di due composti a struttura
indolica
  • la crisocolla è un minerale verde composto da
    silicato di rame era usato dai Greci sia come
    pigmento, sia come adesivo per l'oro dalla cui
    funzione deriva la sua etimologia chrysos, oro e
    kolla, glutine
  • l'oro era ampiamente usato per l'arte lapidea, ma
    i Greci lo impiegavano anche come pigmento previa
    macinazione dato il suo costo, era riservato ad
    artefatti di particolare valore

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In aggiunta a questi nuovi pigmenti naturali, si
può pensare che i Greci abbiano introdotto alcuni
pigmenti sintetici, alcuni dei quali ancora in
uso attualmente
  • il bianco piombo o biacca
  • il rosso piombo o minio
  • il verdigris
  • il vermiglio o vermiglione, cioè l'equivalente
    sintetico del cinabro

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Il bianco piombo
Si tratta sicuramente del pigmento bianco più
importante nella storia dell'arte, e uno dei
pigmenti in assoluto più usati, visto il ruolo
del colore bianco in pittura. Il suo impiego
attraversa tutti i secoli e tutte le civiltà,
almeno dai Greci in avanti Il bianco piombo o
biacca è un pigmento decisamente superiore come
caratteristiche tecniche al gesso e ai pigmenti
calcarei, tanto che il suo uso è stato
ininterrotto fino all'avvento del bianco titanio
negli anni '20. Chimicamente è un carbonato
basico di piombo, avente formula 2PbCO3Pb(OH)2.
Si ottiene per sintesi a partire dal piombo o da
suoi minerali, anche se esiste una versione
naturale, la
idrocerussite, che risulta però scarsamente
diffusa e quindi di difficile impiego Il
procedimento di sintesi usato dai Greci e,
probabilmente, dai Cinesi, è descritto in
dettaglio da Plinio, Teofrasto e Vitruvio, ed è
stato la base della tecnologia di manifattura del
pigmento fino al XVII secolo, quando furono
sviluppati altri processi. La ricetta prevede
l'esposizione del materiale piombifero a fumi di
aceto (quindi all'azione corrosiva dell'acido
acetico) e successivamente all'anidride carbonica
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In un locale costruito appositamente si mettevano
strisce di piombo in recipienti di terracotta, in
presenza di aceto e sterco animale il locale era
chiuso per tre mesi. L'azione combinata di acido
acetico, ossigeno e anidride carbonica (dalla
fermentazione dello sterco) formava il carbonato
basico di piombo sulla superficie delle strisce.
La fermentazione forniva anche il calore
necessario ad innescare la reazione. Spesso le
manifatture di bianco piombo erano costruite
nelle vicinanze delle guarnigioni militari che
fornivano abbondante materia prima per la
fermentazione sotto forma di sterco equino Pb
CH3COOH ? Pb(CH3COO)2 Pb(CH3COO)2 CO2 O2 ?
2PbCO3Pb(OH)2 Le incrostazioni di carbonato
basico erano poi raccolte, lavate ed essiccate.
L'intero processo era scarsamente controllabile,
soprattutto nella fase della fermentazione. A
volte il prodotto finale assumeva tinte
indesiderate in virtù delle impurezze presenti
nel materiale di partenza, es. grigiastro se
permaneva ancora piombo metallico Il pigmento è
oggigiorno sempre meno impiegato perchè
considerato tossico, come tutti i composti
contenenti piombo. Inoltre è soggetto a
degradazione in presenza di solfuri. Ad esso è
preferito il bianco titanio, TiO2, avente
peraltro maggior potere coprente
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Dal punto di vista diagnostico, limpiego
sistematico di bianco piombo nei dipinti degli
artisti Europei ha permesso di applicare una
tecnica potente come la radiografia X per avere
informazioni altrimenti nascoste. Nelle foto ne è
mostrato un esempio relativo al Festino degli
Dei, dipinto da Giovanni Bellini, Dosso Dossi e
Tiziano nel XVI secolo
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Il rosso piombo
Il rosso piombo o minio è uno dei pigmenti
sintetici più antichi e dall'utilizzo più
continuo nel tempo. Chimicamente è un tetraossido
di piombo dalla stechiometria complessa, avente
formula Pb3O4 o PbOPbO2 Il nome minio deriva
probabilmente dal fiume Minius nel nordovest
della Spagna, dove esistevano sorgenti di
minerali di piombo, mentre il termine rosso
piombo è noto dal XV secolo in avanti. Il
pigmento era prodotto per arrostimento di
composti piombiferi, in particolare carbonati, e
un processo di sintesi era nota ai Cinesi già dal
V secolo a.C. Lequivalente naturale, il minerale
minio, fu invece scarsamente impiegato in
antichità Raramente impiegato dagli Egizi, è nel
mondo greco-romano che trovò larga applicazione.
Plinio lo chiamava cerussa usta, intendendo per
cerussa il carbonato di piombo, che per
riscaldamento si degrada ad ossido. In antichità
e nel Medioevo era considerato di qualità
inferiore al cinabro, al quale era spesso
addizionato come adulterante
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Il minio si otteneva in antichità per
riscaldamento in presenza di aria del bianco
piombo, della cerussite o della idrocerussite,
secondo i testi greco-latini oppure, secondo
fonti dellEstremo Oriente, arrostendo
direttamente il piombo metallico. Nella sintesi
dalla biacca, si trattava di rimestare il
materiale fuso in una fornace aperta per alcune
ore, in modo da provocare la parziale ossidazione
del piombo fino a formare il monossido rosso
litargirio, PbO, e il tetraossido rosso. La
temperatura richiesta non era molto elevata,
300-500C, al di sopra della quale diventa più
stabile il monossido. Nel prodotto finale era
sempre presente una certa percentuale di PbO
Con il termine arancio piombo si intende la
versione più pura e fine del pigmento preparato
dal bianco piombo, contenente una minima quantità
di litargirio e impiegata soprattutto nel XIX-XX
secolo Da notare che esiste un altro monossido di
piombo, il giallo ortorombico massicot, (il
litargirio è tetragonale) usato spesso come
essiccante nella pittura a olio
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Essendo il tetraossido di piombo un
semiconduttore, il colore del rosso piombo deriva
dalla transizione tra banda di valenza e banda di
conduzione Nonostante lo scarso valore simbolico
del pigmento, il suo impiego era molto diffuso,
specie nelle miniature e per fare inchiostro
rosso, in quanto semplice da preparare e basato
su materie prime non troppo costose. Le parole
miniatura e miniatore derivano proprio da qui,
anche se basate sull'equivoco causato da Plinio,
che, come vedremo, confondeva minio e cinabro Il
minio era invece scarsamente applicato
nell'affresco e nellacquerello, a causa della
sua tendenza ad annerire alla luce per il
viraggio del tetraossido al diossido PbO2 o
plattnerite, di colore nero-marrone, oppure per
la degradazione a solfuro PbS in presenza di
solfuri, come peraltro avviene ai suoi precursori
carbonatici
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Attualmente luso del minio è limitato in campo
artistico, anche in virtù della sua elevata
tossicità, come per altri composti di piombo, es.
biacca. Perciò il suo impiego è rivolto
prevalentemente al campo industriale, soprattutto
nelle vernici anticorrosive per ferro e acciaio e
nellindustria ceramica e vetraria
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Il verdigris
Verdigris è un termine con cui si indicano alcuni
pigmenti a base di acetato di rame variamente
idratati. La forma più importante è l'acetato
basico di rame, Cu(CH3COO)22Cu(OH)2. Il nome
deriva dal francese e significa appunto verde
greco. Il pigmento ebbe ampio utilizzo nel
Medioevo, soprattutto nella miniatura. Il colore
è generato da una transizione del tipo d-d Si
preparava a partire da rame e aceto, esponendo
lamine di metallo ai fumi di acido acetico in
modo da causare la formazione superficiale di
acetato basico di rame. Il processo era molto
lento, in quanto l'acidità dell'aceto è bassa. Il
colore che si ottiene varia dal verde al blu
poichè si formano composti doversi come il
verdigris neutro, Cu(CH3COO)2H2O, o quello
basico già citato. Riassumendo
Cu(CH3COO)22 Cu(OH)2 5H2O basico blu
Cu(CH3COO)2 Cu(OH)2 5H2O basico blu
Cu(CH3COO)2 Cu(OH)22 basico blu
Cu(CH3COO)2 Cu(OH)22 2H2O basico verde
Cu(CH3COO)2 H2O neutro verde
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La preparazione del verdigris suggerisce una sua
caratteristica negativa a causa della presenza
di ione acetato, in condizioni in cui si può
liberare acido acetico (es. umidità) il pigmento
ha la tendenza ad aggredire i supporti pittorici
più esposti, come la carta e la pergamena. Nella
miniatura sottostante si nota come le campiture
verdi, ottenute con un acetato di rame, abbiano
creato una marcata aggressione alla pergamena,
evidente nel recto del foglio
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Il cinabro
Oltre allocra rossa, come pigmento rosso è
documentato limpiego, almeno nella pittura
murale, del solfuro di mercurio (HgS) o cinabro,
uno dei pigmenti più importanti e pregiati della
storia dellarte. Sicuramente il cinabro non fu
scoperto dai Greci, in quanto lo si ritrova in
affreschi e decorazioni in Cina risalenti al II
millennio a.C., ma almeno nel mondo mediterraneo
la sua introduzione può essere associata ai
pittori Greci in quanto era ignoto agli Egizi. Lo
si trova poi in Palestina e in numerosi siti
Romani. Il suo impiego è riportato
nellinchiostro usato nei Rotoli del Mar Morto
(sotto), risalenti allinizio dellera
Cristiana Anche il solfuro di mercurio è un
semiconduttore, per cui il suo colore deriva
dalla transizione tra banda di valenza e banda di
conduzione
Il pigmento era ottenuto per semplice macinazione
del minerale omonimo, che si otteneva anticamente
da miniere vicino a Belgrado già nel III
millennio a.C. Ai tempi dell'antica Roma, il
miglior cinabro proveniva dalle miniere di
Almadén nella Spagna sudoccidentale, mentre in
Italia si trovava (e si trova tuttora) sul Monte
Amiata
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I Romani chiamavano questo pigmento minio e
siccome il rosso era il colore dominante nelle
opere pittoriche di piccole dimensioni, esse
erano note come miniature. I titoli in rosso dei
manoscritti divennero noti come rubriche, dal
Latino ruber rosso. In seguito il nome minio è
attribuito, come vedremo, al pigmento rosso
piombo (Pb3O4)
Il cinabro è il pigmento rosso più vivido e
prezioso. La dizione cinabro è riservata al
pigmento ottenuto dall'omonimo minerale (sx),
mentre per il pigmento sintetico, preparato da
mercurio e zolfo, si usa il termine vermiglio o
vermiglione. Nell'antica Grecia erano forse già
in uso entrambe le versioni o almeno gli autori
Greci (es. Teofrasto) erano a conoscenza delluso
di una versione sintetica in Oriente
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La storia del vermiglione, l'equivalente
sintetico del cinabro, è alquanto complessa e
misteriosa. È facile pensare che la ricetta del
vermiglione sia stata sviluppata da alchimisti
orientali e certamente rimase sconosciuta nel
mondo occidentale fino al Medioevo si pensa che
la sua introduzione in Europa risalga all'VIII
secolo. Una miscela di mercurio e zolfo era
scaldata in un recipiente a collo stretto, e
quando il solfuro di mercurio si formava per
condensazione sulla cima del recipiente poteva
essere prelevato rompendo il recipiente stesso.
Il composto ottenuto era inizialmente nero, da
cui per macinazione prolungata si ricavava il
rosso da usare come pigmento Curiosamente,
quindi, il vermiglione ha tra le sue materie
prime lo stesso cinabro
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Sia in versione naturale che sintetica, il
pigmento ha trovato larga applicazione in ogni
aspetto dell'arte pittorica. Nella miniatura
formava, con oro e blu oltremare, il terzetto dei
pigmenti più pregiati. Era
inoltre impiegato per preparare inchiostro rosso
con il quale compilare le rubriche Risulta essere
piuttosto stabile chimicamente, nonostante sia un
solfuro, ed è dimostrato che in miscela con il
bianco piombo non provoca la formazione di
solfuri neri. Inoltre è stabile in ambiente
alcalino e quindi si può impiegare nellaffresco.
Tuttavia in alcune condizioni, in maniera spesso
poco prevedibile, il
cinabro tende ad annerire secondo processi ancora
non del tutto chiariti che lo fanno passare dalla
forma a-HgS alla forma a-HgS, nota come
metacinabro, di colore nero. La degradazione è
probabilmente fotolitica
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Gli Etruschi
La civiltà degli etruschi fiorisce tra l'VIII e
il I secolo a.C. e si sviluppa tra Toscana,
Umbria, Lazio e parte della Pianura Padana e
della Campania. Si tratta di una civiltà
enigmatica, la cui origine si fa risalire al
Mediterraneo orientale
Il culto dei morti è il motivo dominante
dell'ispirazione artistica etrusca, come si può
notare negli affreschi che ornano le tombe
rinvenute nelle numerose necropoli (Cerveteri,
Tarquinia, Populonia). Gli elementi decorativi
sono fortemente ispirati all'arte greca e
minoica, facendo proprio il linguaggio
ornamentale delle anfore a figure nere, alle
quali però viene aggiunto il colore
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La maggior parte dei dipinti tombali sono
eseguiti ad affresco. La base è costituita da un
sottile strato di argilla mescolata con paglia,
su cui viene steso un fondo di latte di calce. I
colori erano spesso usati in miscela, dando vita
ad una notevole gamma di colori, tra cui dominano
le tonalità rosse e azzurre. La tavolozza è
analoga a quella egiziana, con grande impiego di
ocre e blu Egiziano
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Dopo la Grecia Roma
Dopo il declino dellImpero Ellenico inizia lo
sviluppo della civiltà Romana, che basò tutta la
sua arte e cultura sui resti di quella Greca Dal
punto di vista dellarte pittorica, come si è
detto, i Romani non sono noti per avere
introdotto sviluppi significativi, a differenza
del loro contributo alla civiltà in altri settori
come lingegneria civile, larchitettura e
lorganizzazione della società. Peraltro la forma
più comune di arte era la scultura. Piuttosto, è
interessante il fatto che i Romani usavano larte
anche a scopo di propaganda molte conquiste e
campagne militari degli imperatori erano
registrate in incisioni o rilievi in modo da
agire da corrispondenza di guerra ante litteram
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Le tecniche pittoriche in uso a Roma
Tutte le tecniche pittoriche impiegate a Roma
erano ivi confluite da diversi contesti storici e
geografici. Le più frequentemente usate erano la
tempera, laffresco e lencausto
La tempera aveva già una lunga tradizione,
consolidata in maniera separata nel mondo egizio
e minoico-cretese era quindi giunta in Grecia e
da lì, a Roma. I materiali più sfruttati come
leganti erano il rosso duovo, il latte e
soprattutto la colla animale, ottenuta, come si è
detto in precedenza, a partire da resti animali
bolliti che lasciano un residuo a base di
materiale proteico, contenente il collagene
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Lencausto
Lencausto, introdotto dagli Egizi e sviluppato
dai Greci, era impiegato sia per la produzione a
cavalletto, sia per decorazioni murali, sia per
la protezione e abbellimento delle navi
Lagente disperdente nellencausto è la cera, un
termine che indica un insieme di composti
naturali alifatici comprendenti gli esteri di
acidi grassi saturi, gli stessi acidi, alcoli,
idrocarburi, tutti a catena lunga tale da
determinare uno stato di aggregazione solido.
Hanno un basso punto di fusione, normalmente
inferiore a 100C, e ciò permette lapplicazione
a fuoco nella tecnica dellencausto Essendo
miscele di sostanze sature, le cere non hanno
tendenza a polimerizzare né a ossidarsi e sono
anzi piuttosto inerti, tanto che campioni di cera
dapi dellepoca egiziana sono stati rinvenuti
praticamente inalterati. Infine sono insolubili
in acqua se non sono saponificate
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Tecniche dellencausto
Le tecniche di applicazione della pittura ad
encausto erano almeno tre, come si rileva da
Plinio seppure in maniera non molto chiara. Le
tre tecniche si possono sintetizzare così
  • i colori erano preparati in cera fusa o in cera e
    pece greca o colofonia (da Kolophon, città della
    Lidia), un residuo della distillazione di resine
    da conifere poi erano prelevati con il cestrum,
    uno stiletto metallico appuntito da una parte e
    spatoliforme dallaltra, che al momento delluso
    era riscaldato in modo da prelevare, trasferire e
    spandere i pigmenti
  • la tecnica in ebore cestro era specifica per la
    pittura su avorio in essa il cestro era usato
    sia per applicare il colore, sia per incidere il
    disegno sul supporto
  • il terzo metodo, successivo ai due precedenti,
    imitava la pittura delle navi. La cera era posta
    sul fuoco allinterno di recipienti di terra, e
    veniva applicata con grossi pennelli. In questo
    modo, come dice Plinio questa pittura di
    protezione delle navi resiste al sole, alla
    salsedine, ai venti

Cerano poi tecniche intermedie tra lencausto e
la tempera, in cui si usava la cera come legante
senza doverla sciogliere a fuoco bensì in acqua.
Una di queste tecniche impiegava la cera punica,
ottenuta bollendo la cera in acqua di mare o
acqua e nitrum, carbonato di sodio, convertendo
così le cere in saponi che diventano parzialmente
solubili in acqua per quanto meno resistenti
chimicamente. Linerzia chimica era poi
ripristinata addizionando gomme o colle
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Il grosso vantaggio dell'impiego dell'encausto
consiste nel rendere i pigmenti impermeabili ed
estremamente durevoli, in quanto, essendo
intrappolati nel mezzo ceroso, essi non erano
soggetti all'azione degradativa della luce e
degli agenti atmosferici. In questo modo i colori
mantenevano le loro tinte naturali Per questo
motivo molte testimonianze artistiche di arte
pittorica romana si sono mantenute intatte, così
come molte decorazioni architettoniche greche e
romane che probabilmente erano applicate senza
richiedere un riscaldamento artificiale, ma
sfruttando il calore del sole
36
Laffresco
Certamente la tecnica più famosa dellepoca
romana, di cui esistono testimonianze più vivide,
è quella dellaffresco, che è stata tramandata
fino ai giorni nostri in circostanze anche
drammatiche (eruzione del Vesuvio). La maggior
parte degli affreschi di epoca romana si trova
nellattuale Campania gli esempi più mirabili
sono quelli delle ville della zona di Pompei Le
tre tecniche praticate in epoca romana, ma
introdotte molto prima, erano il metodo a fresco
o buon fresco, chiamato udo tectorio a falso
affresco, ovvero su murature asciutte che vengono
poi bagnate con acqua o latte di calce a fresco
secco, ovvero su intonaco secco La tecnica
dellaffresco, secondo Plinio, era praticata in
Italia già prima della fondazione di Roma
37
Secondo alcuni studiosi d'arte, le pitture
parietali che ci provengono da Pompei in perfetto
stato di conservazione sono state in realtà
realizzate con tecniche varie piuttosto che con
il buon fresco. È verosimile che il colore sia
stato applicato sul muro asciutto, dato che non è
possibile rilevare tracce di raccordo fra le
varie giornate di stesura, come normalmente
avviene nell'affresco, ed è allo stesso tempo da
escludersi la possibilità di terminare un'intera
parete in una sola giornata Dalle analisi
chimiche è emerso che la tecnica utilizzata fu
principalmente la tempera, miscelata a calce
idrata, poi saponificata per neutralizzarne la
causticità. L'intonaco è costituito negli strati
più superficiali da polvere di marmo o alabastro.
La straordinaria lucentezza dei dipinti pompeiani
ha fatto più volte ipotizzare che la tecnica
utilizzata fosse quella dell'encausto, tesi però
contraddetta dall'assenza di cera nel colore. È
più probabile invece che le pitture siano state
lucidate e poi encaustizzate, spalmando sulla
parete asciutta la già citata cera punica
liquefatta e miscelata con olio
38
I colori dei Romani
Nel XII capitolo del XXXV libro della sua
Naturalis historia, Plinio propone una
classificazione dei materiali coloranti in uso a
Roma e nelle civiltà conosciute a quel tempo. La
classificazione è stata oggetto di numerosi
dibattiti, ma è certo che allinterno delle
categorie proposte non cè omogeneità chimica o
mineralogica o tecnica, né affinità di
comportamento od origine La classificazione
consiste nel dividere pigmenti e lacche in
quattro categorie. Nelle parole di Plinio Sunt
autem colores austeri aut floridi. Utrumque
natura aut mixtura evenit Quindi esistono colori
floridi o colori austeri, ed entrambi sono ancora
suddivisibili in colori naturali o sintetici
39
Origine Colores floridi Colores floridi Colores austeri Colores austeri
Naturali minium cinabro sinopis sinopia
Naturali armenium azzurrite rubrica terre rosse
Naturali cinnabaris sangue di drago paraetonium paretonio
Naturali crysocolla malachite melinum argilla
Naturali eretria argilla
Naturali aurum pigmentum orpimento
Sintetici indicum lacca di indaco ochra usta rosso ferro
Sintetici purpurissimum lacca di porpora cerussa usta minio
Sintetici sandaraca minio
Sintetici sandix minio rubrica
Sintetici syricum sandix sinopia
Sintetici atramentum nerofumo
40
I colori il bianco
Secondo la descrizione di Plinio, i pigmenti
bianchi sarebbero di tre tipi Luso
del gesso come pigmento è citato solo
marginalmente
  • le argille e le marne, complessivamente chiamate
    cretae di particolare pregio erano il melinum,
    proveniente dallisola di Melos (oggi Milo, nelle
    Cicladi), impiegato da pittori Greci famosi come
    Apelle, e leretria, proveniente dallisola oggi
    nota come Eubea. Altre crete citate sono la
    cimolia, lanularia (argilla miscelata con
    polvere di vetro) e largentaria, composta da
    materiale siliceo di origine sedimentaria e
    spesso impiegata come supporto di coloranti nella
    produzione di lacche
  • il paretonio o paraetonium, che Plinio indica
    costituito da spuma di mare indurita con limo,
    ma che ovviamente deve derivare da sedimenti
    marini di natura carbonatica
  • la cerussa o bianco piombo, detta anche (ma non
    da Plinio) biacca si ottiene naturalmente dal
    minerale cerussite o per via sintetica secondo il
    procedimento descritto in precedenza. La migliore
    cerussa, secondo Plinio, era prodotta sullisola
    di Rodi

41
I colori il nero
Con il termine atramentum si indicava ogni
liquido scuro preparato artificialmente e, per
estensione, pigmenti e coloranti neri. Plinio
dice che latramentum è una sostanza artificiale
ma ottenibile anche dalla terra, da cui trasuda
come una salsedine, o da terre di colore
sulfureo. Dice anche che pittorihanno violato
dei sepolcri per trafugare resti carbonizzati e
ciò costituisce una novità riprovevole Non è
chiaro quale sia la composizione dellatramentum
naturale indicato da Plinio. Tra le possibilità
ci sono ossidi di ferro neri (magnetite, Fe3O4),
grafite e carbone, tutti materiali facilmente
reperibili, o ancora lignite, torba, bitume I
neri artificiali sono i seguenti
  • nerofumo, usato come pigmento o ad usum atramenti
    librarii, come inchiostro
  • nero da carbone artificiale, ottenuto da legna
    resinosa o da vinacce
  • nero dossa e nero davorio (elephantinum),
    entrambi ricavati dalla calcinazione di materiale
    organico contenente fosfati
  • nero da sali organici, probabilmente costituito
    da tannati di rame
  • nero dei calzolai o atramentum sutorium, solfato
    di rame pentaidrato (CuSO45H2O) addizionato di
    estratto di galla, cioè acidi gallotannici, ed
    eventualmente sali di ferro. La miscela era usata
    per tingere le calzature, ma non è dimostrato che
    fosse impiegata anche come pigmento o inchiostro

42
I colori il rosso
I pigmenti rossi sono numerosi e suddivisibili in
5 gruppi i pigmenti a base di ossidi di ferro,
il rosso piombo, il cinabro, il realgar e le
lacche. Le denominazioni usate da Plinio rendono
però alquanto confusa lidentificazione delle
varietà Il gruppo più numeroso è quello degli
ossidi di ferro, che sono sostanzialmente ocre
rosse di varia origine geografica o geologica. La
rubrica sembrerebbe la più preziosa, usata anche
da Apelle, ottenibile sia
naturalmente sia artificialmente dalla
calcinazione dellocra gialla e come tale
indicata come ochra usta meno pregiata era la
sinopia, il cui nome è legato alla città greca di
Sinope sul Mar Nero. Particolarmente brillante è
il colore del rosso Pozzuoli o Pompeiano, di
origine vulcanica, riconoscibile a prima vista
negli affreschi
43
Minio o cinabro?
La questione si complica un po se, sempre
seguendo le indicazioni di Plinio, citiamo luso
di pigmenti rossi a base di piombo e di mercurio
gli attuali minio e cinabro. I Romani, infatti
chiamavano minium o cinnabar il nostro cinabro, e
cerussa usta o sandaraca o ancora minium
secondarium il minio Sta di fatto che il cinabro
era il pigmento rosso più pregiato presso i
Romani infatti godeva inter pigmenta magnae
auctoritatis ed era considerato sostanza sacra e
rituale, probabilmente perché costituito dal
mercurio, largentum vivum, metallo che ha sempre
colpito la fantasia degli uomini per la sua
capacità di legare loro
Per questo motivo il cinabro era spesso oggetto
di adulterazioni con minio, ocre o syricum, una
miscela di sinopia con altri non meglio definiti
pigmenti rossi Allepoca il cinabro si ricavava
dalle miniera spagnole, dalla regione di Efeso e
dalla Colchide (Mar Nero), la terra del mitico
vello doro
44
Altri pigmenti rossi
Il minio come lo intendiamo oggi era quindi la
cerussa usta, ovvero il prodotto della
calcinazione della cerussa, il carbonato basico
di piombo sintetico, o della cerussa nativa o
theodotia, il minerale cerussite. Esso era di
valore inferiore al cinabro Dalle miniere
egiziane e da altre fonti arrivava il realgar,
chiamato sandracca, nome che peraltro corrisponde
attualmente ad una resina usata come
vernice Miscele di pigmenti rossi erano
comunemente preparate dagli artigiani, assumendo
così propria funzione duso. La già citata
sandice non ha una composizione chiara in base
alle indicazioni di Plinio il syrico era una
miscela di sinopia e sandice Nella tabella sono
confrontati i prezzi dei principali pigmenti
rossi, espressi in denari per libbra. Si nota
lenorme differenza tra il cinabro e gli altri
pigmenti
Pigmento nome romano costo
cinabro minium 17.5 den/lb
minio cerussa usta 6.50 den/lb
sinopia sinopia 2.00 den/lb
realgar sandracca 0.31 den/lb
sandice sandix 0.16 den/lb
45
Lacche rosse
Cerano infine tre coloranti rossi, disponibili
sotto forma di lacche se fatti assorbire a caldo
su crete
  • il sangue di drago, chiamato cinnabaris da
    Plinio, è una resina prodotta dai frutti di una
    famiglia di palme delle Indie Orientali,
    chimicamente costituita da sostanze aromatiche
    complesse appartenenti al gruppo dei flavonoidi.
    Lorigine del sangue di drago è descritta da
    Plinio in termini leggendari, essendo il frutto
    di una lotta tra un elefante e un grosso
    serpente. Era a volte adulterata con sangue di
    capra
  • il kermes, colorante antrachinonico costituito da
    acido kermesico ottenuto per estrazione in acqua
    bollente delle femmine gravide dellinsetto
    Coccus illici o Kermococco, da cui il nome coccus
    o granum presso i Romani
  • la robbia, citata da Plinio e Vitruvio,
    trasformata in lacca mediante la creta e usata
    per migliorare il colore della porpora di Tiro

46
Il kermes
Il kermes è uno dei coloranti più antichi se ne
ipotizza limpiego dal Neolitico, e certamente
era impiegato nella tintura dei capi tessili
almeno dai tempi di Mosè, essendo citato dalla
Bibbia (Esodo, 261) come uno dei tre coloranti
necessari per tingere le vesti, il tola'at shani,
cioè il rosso da larve di insetto effettivamente
si ricava da insetti Il nome deriva dal sanscrito
krmija che significa prodotto da un verme da
kermes si originano le parole inglesi crimson e
carmine. Il suo uso nasce probabilmente in Egitto
e nel Vicino Oriente, per poi diffondersi in area
greco-romana. I popoli della Spagna sotto la
dominazione Romana pagavano la metà del loro
tributo in grani di kermes. NellImpero Romano,
il miglior kermes era considerato quello
proveniente dalla Lusitania, odierno Portogallo
47
Nei testi greco-romani il colorante era
conosciuto come vermiculum, granum o coccus, dal
kokkos citato da Teofrasto. Questultimo termine
rende conto del fatto che in antichità si pensava
che i grani rossi raccolti sulle piante fossero
bacche e non insetti. Nel Medioevo si usavano
anche i termini grana e lacca, questultimo
piuttosto ambiguo, ma è ormai acclarata lorigine
animale e non vegetale del materiale. Il valore
del kermes in campo tessile diminuì notevolmente
in Europa con l'introduzione nel XVI secolo della
cocciniglia messicana, considerata più pregiata
Il colorante si ricava dagli individui femmine di
alcune specie di insetti non alati, in
particolare il Kermes vermilio e il Kermococcus
illici, che vivono su querce i maschi sono
dotati di ali e perciò non rimangono attaccati
alle piante. Si tratta di specie originarie
dell'area mediterranea, da non confondere con
quelle che forniscono la cocciniglia, colorante
chimicamente affine al kermes ma prodotto in
America Centrale e Meridionale

Gli insetti si raccolgono quando sono pieni di
uova, vivi o morti. Linsetto essiccato contiene
circa l1 di principio attivo. L'estratto in
acqua calda fornisce il colorante
48
Il principio colorante del kermes è l'acido
kermesico (dx), un composto a struttura
antrachinonica
Dal punto di vista tessile il kermes è un
colorante a mordente. I colori ottenibili in
campo tessile dipendono dal mordente addizionato
scarlatto con mercurio o stagno, cremisi con
alluminio o zinco, grigio o porpora con il ferro.

Si può mordenzare anche con bario (violetto),
uranio (verde) e cromo (porpora). Su lana mostra
una buona permanenza Limpiego in campo pittorico
è sotto forma di lacca, classicamente con
alluminio, la cosiddetta grana. La lacca è però
abbastanza fugace e non buona nellaffresco. A
causa della fugacità, la sua identificazione è
complessa idonea risulta lanalisi HPLC
49
Nell'Europa romanica e medievale, oltre al kermes
si impiegavano la cocciniglia armena e la
cocciniglia polacca, aventi caratteristiche
cromatiche analoghe alla cocciniglia messicana
che verrà introdotta in Europa nel XVI secolo dai
Conquistadores Spagnoli La cocciniglia polacca si
produce da insetti della specie Porphyrophora
polonica in Polonia, Lituania e Ucraina. Era
chiamata sangue di San Giovanni in quanto la
raccolta degli insetti cominciava il 24 giugno,
accompagnata da varie cerimonie religiose. A
confermarne l'importanza va citato il fatto che
le abbazie ne imponevano la donazione da parte
degli agricoltori. Il suo impiego risale almeno
al VI secolo d.C. larea di utilizzo in campo
tessile corrisponde a tutta lEuropa
Centrosettentrionale, in alternativa al kermes
che era maggiormente disponibile in area
mediterranea La cocciniglia armena proviene
dall'Armenia e dall'Azerbaijan e si produce da
insetti della specie Porphyrophora hamelii. Tra i
coloranti carminio ricavati dagli insetti era il
più economico. Luso in campo tessile era diffuso
in Europa e in Asia il colorante è citato da
cronisti Armeni a partire dal V secolo
d.C. Attualmente con il termine carminio si
intendono tutti i coloranti provenienti dai
Coccidi carminio cocciniglia, carminio kermes,
ecc.

50
I colori il giallo
I Romani chiamavano locra gialla sil e ne
conoscevano quattro varianti, in ordine di
qualità decrescente il sil atticum, uno dei
quattro colori usati dal pittore Greco Apelle il
sil marmorosum, considerato più adatto alla
pittura a fresco il sil pressum, cioè scuro,
unargilla limonitica contenente ossido di
manganese, quindi corrispondente a una terra di
Siena o a una terra dombra infine il sil
lucidum Galliae Lorpimento (As2S3) o aurum
pigmentum era importato dalla Siria. Non ci sono
molte evidenze del suo uso in pittura, ma è
pensabile che venisse usato per suggerire la
presenza di oro. Plinio racconta infatti che
Caligola, avidissimum auri, aveva fatto fondere
una grande quantità di orpimento sperando di
ottenerne oro a buon mercato, ma ricavandone solo
vapori agliacei molto tossici dovuti
allarsenico, elemento molto volatile Si usava
infine un pigmento giallo a base di piombo
chiamato spuma argenti perché rinvenuto nelle
miniere argentifere, corrispondente al monossido
di piombo o massicot (PbO). Era anche ottenibile
per arrostimento di minerali piombiferi, nel qual
caso era noto come puteolanum, cioè di Pozzuoli
51
I colori il verde
Con il termine chrysocolla i Romani indicavano
indifferentemente la malachite o la crisocolla
propriamente detta, cioè il silicato di rame.
Plinio descrive il metodo per prelevarla nelle
miniere di oro, rame, argento e piombo, sia dal
minerale naturale, sia artificialmente facendo
scorrere acqua lungo la vena per molti mesi.
Inoltre, afferma sempre Plinio, la crisocolla
aveva la proprietà di essere tinta dal colorante
erba guada o arzica, in quanto poteva assorbire
il colorante stesso Un altro pigmento verde assai
apprezzato era il già citato verdigris o
verderame, aerugo o aeruca per i Romani, ovvero
ruggine del rame. Il prodotto è esclusivamente di
origine artificiale, anche se Plinio,
scambiandolo per il carbonato basico (cioè la
malachite) asserisce che si possa trovare sulla
superficie delle rocce cuprifere Altri due verdi,
molto meno pregiati, sono la creta viridis e
lappianum. La prima corrisponde alla terra
verde, un pigmento terroso costituito da
celadonite o glauconite, entrambi silicati idrati
di ferro, alluminio, magnesio e potassio. Non è
chiaro a cosa corrisponda lappianum, che Plinio
indica come preparato dalla creta viridis
52
La terra verde
La terra verde o terra di Verona è un pigmento
molto importante nella storia dellarte. Si
tratta di un materiale terroso i cui agenti
coloranti sono i minerali celadonite e
glauconite, entrambi silicati idrati di ferro,
alluminio, magnesio e potassio. Possono essere
presenti anche clorite, cronstedite, quarzo,
feldspato, anfiboli, vari minerali argillosi e
ossidi di ferro. Celadonite e glauconite non sono
presenti contemporaneamente, in quanto hanno
differenti ambienti di formazione la celadonite
si origina dallalterazione di rocce ignee
basaltiche, mentre la glauconite si trova
dispersa in depositi di arenaria o argilla. È
piuttosto difficile distinguere i due minerali
una volta macinati e trasformati in pigmento, nè
aiutano le fasi minerali accessorie Generalmente
le terre verdi a base di celadonite sono di
qualità superiore e si preparano più facilmente.
In antichità i depositi più famosi di celadonite
erano quelli dellisola di Cipro unaltra fonte
importante nel Medioevo era il territorio di
Verona Il meccanismo di assorbimento della luce
per questo pigmento, come per molti pigmenti
contenenti metalli di transizione, è legato alla
transizione tra orbitali d-d
53
Le terre verdi sono adatte a tutte le tecniche
pittoriche in quanto pigmenti permanenti e
stabili. Cennino Cennini ne raccomandava luso
come underpainting per i toni di incarnato il
cosiddetto verdaccio, sul quale si stendevano le
lacche rosse. Sfortunatamente le lacche tendono a
sbiadire nei secoli, evidenziando la sottostante
colorazione verdastra, innaturale per i volti. Il
verdaccio si usava anche per il fogliame, i
drappeggi e
lacqua inoltre era impiegato come base per la
doratura, in alternativa al bolo rosso Era
particolarmente impiegato nella tecnica
dellaffresco e nellarte Bizantina e
Greco-Ortodossa, ma trovava applicazione anche
nella pittura su tavola, per esempio in opere di
Michelangelo, Vermeer e Turner
54
I colori il blu
Anche per i pigmenti blu le descrizioni di Plinio
causano qualche difficoltà di comprensione.
Innanzitutto egli chiama caeruleum tutti i
pigmenti blu minerali, sia naturali sia
sintetici quelli naturali sono estratti dalle
miniere aurifere e argentifere. Tra essi, si
possono distinguere
  • il caeruleum armenium, proveniente dallArmenia,
    che potrebbe corrispondere allazzurrite o ad
    altri minerali cupriferi
  • il caeruleum aegyptium, che sembrerebbe di
    origine naturale dalla descrizione di Plinio e
    quindi non corrispondente al blu Egiziano ma
    piuttosto ad azzurrite proveniente dalle miniere
    del Sinai la denominazione sembra ambigua
  • il caeruleum scythicum, il più pregiato dopo
    quello aegyptium, corrispondente al lapislazzuli
    delle miniere del Firgamu, nellodierno
    Afghanistan
  • il caeruleum puteolanum potrebbe essere
    lapislazzuli raccolto nella zona vesuviana o,
    forse, blu Egiziano prodotto a Pozzuoli
  • il caeruleum cyprium è azzurrite della migliore
    qualità, proveniente dalle famose miniere di rame
    dell'isola di Cipro
  • il caeruleum hispaniense, di natura incerta,
    probabilmente affine al puteolanum

55
Un blu Egiziano fatto in casa
A Pozzuoli, centro di produzione di pigmenti e
coloranti, era attivo un certo Vestorio, uomo di
molto denaro e amico di Cicerone. Egli aveva
carpito la ricetta del blu Egiziano da qualcuno
venuto da Alessandria dEgitto e laveva
replicata egregiamente sotto il marchio caeruleum
vestorianum, fatto stampare sui blocchi di
pigmento La differenza del procedimento di
Vestorio rispetto a quello originale consiste
nellimpiegare limatura di rame anziché minerali
cupriferi, e nel macinare finemente le materie
prime così da aumentare al massimo la superficie
di contatto tra i reagenti Il prezzo del
caeruleum vestorianum era altissimo, sembra
infatti che a Roma fosse il pigmento più caro
56
Coloranti indigoidi
Fin dal II millennio a.C. nell'area mediterranea
si diffuse l'impiego di coloranti detti
indigoidi, aventi cioè un principio colorante con
struttura affine all'indigotina e colore
variabile dal blu al violetto al porpora
  • I più importanti tra essi sono
  • l'indaco e il guado, di origine vegetale
  • la porpora di Tiro e il tekhelet, di origine
    animale

Indigotina
Questi coloranti sono stati probabilmente i più
antichi ed apprezzati al mondo e furono pertanto
impiegati da civiltà diverse, come si vedrà, ma è
soprattutto nel mondo greco-romano che vennero
valorizzati in campo tessile e artistico Sono
tutti coloranti al tino, molto stabili alla luce
e al lavaggio. Sono accomunati dal fatto che la
materia prima non contiene il principio attivo,
bensì un suo precursore chimico
57
Indaco e guado
Esistevano in antichità due sostanze blu di
origine vegetale, molto importanti lindaco e il
guado, chimicamente affini avendo entrambi come
principio colorante l'indigotina Lindaco presso
i Romani era noto come indicum purpurissimum,
mentre il guado, che consiste sostanzialmente in
un indaco di qualità inferiore, era chiamato
glastum da Plinio e vitrum da Vitruvio
58
L'indaco
L'indaco è uno dei coloranti più importanti sia
per la storia dell'arte sia per l'industria
tessile. Il suo uso come colorante risale almeno
al Neolitico. Si estrae da alcune piante del
genere Indigofera, tra cui la più comune
Indigofera tinctoria (sx), lIndigofera
leptostachya e lIndigofera
anil, piante originarie dellIndia, della Cina e
anche delle Americhe. Il colorante proveniva in
prevalenza dall'Oriente e in particolare
dall'India l'etimologia del nome è infatti
legata alla sua origine indiana, attraverso il
greco indikon e il latino indicum, da cui deriva
anche l'inglese indigo Nel Medioevo la principale
esportatrice dell'indaco era Baghdad, centro al
quale facevano capo le carovane provenienti
dall'Oriente e dal quale partiva poi il prodotto.
Da qui probabilmente ha origine il termine indaco
baccadeo usato anche dal Cennini
59
La storia dell'indaco è antica quanto quella
delle civiltà. In Asia era impiegato nella
tintura in India dal 2000 a.C., in Cina e
Giappone, oltre che in Medio Oriente. Una
tavoletta babilonese del VII secolo a.C. riporta
una ricetta per la tintura della lana. Gli stessi
Egizi lo impiegavano per tingere i tessuti.
Curiosamente, in Europa era conosciuto e
apprezzato come prodotto di lusso e impiegato
come pigmento, medicinale o cosmetico ma non come
colorante tessile a questo scopo si impiegava
infatti il guado (vedi oltre). È solo a partire
dal XVI secolo, con la scoperta di una rotta
verso le Indie da parte di Vasco de Gama, che
l'indaco potè arrivare in grande quantità
dall'India verso i mercati europei, che non
dovevano così soggiacere alle tasse imposte dagli
intermediari asiatici. Si apriva così il suo
sfruttamento intensivo in campo tessile anche in
Europa, pur tra resistenze a dir poco fiere da
parte dei produttori di guado Francia e Germania
soprattutto, che non disponevano di colonie nelle
quali si coltivasse la Indigofera tinctoria. Nel
1598 l'indaco fu proibito in Francia e parte
della Germania, e i tintori dovevano giurare di
non utilizzarlo, pena la morte. In seguito,
comunque il suo impiego divenne così diffuso da
sostituire quasi completamente il guado Un'area
in cui la tradizione dell'indaco è molto radicata
è l'Africa Occidentale. Dai nomadi Tuareg del
Sahara al Camerun, il vestire abiti tinti con
indaco era sintomatico di ricchezza
60
Lindaco rivestì fin dallantichità un ruolo
fondamentale nelleconomia dellIndia che lo
esportò per centinaia danni in tutto il mondo
in particolare fu lunica sorgente per lEuropa
fino alla scoperta dellAmerica. Esiste ancora
oggi una casta detta dei Nilar, impegnata da
millenni nella tintura di tessuti con questo blu.
NellIndia di Gandhi la prima ribellione civile
fu la protesta contro la decisione dei
colonizzatori inglesi di sostituire lindaco
naturale con quello artificiale da loro prodotto,
fatto che avrebbe portato al crollo di una
tradizione culturale e artigianale, patrimonio
inestimabile di questa antica civiltà
Benchè non si produca più da fonti naturali (la
sintesi dell'indaco risale al 1897 presso la
BASF),
ancora oggi l'indaco ha un ruolo molto
importante si tratta infatti del colorante usato
per tingere i pantaloni più famosi al mondo, i
blu jeans
61
Estrazione dell'indaco
Come tutti i coloranti indigoidi, l'indaco non è
presente nel materiale di partenza, in questo
caso l'Indigofera, ma lo è un suo precursore,
cioè una molecola progenitrice. L'indaco si
estrae infatti dalla pianta attraverso un
processo di fermentazione e di ossidazione delle
sostanze costituenti le foglie e i fusti. Secondo
la ricetta più nota, i fusti e le foglie delle
piante devono essere raccolti nel periodo della
fioritura e immersi in acqua, lasciandoli
macerare per una notte affinché lindacano, il
glicoside precursore dell'indaco, si idrolizzi a
glucosio e indossile, composto incolore solubile
in acqua Il processo di fermentazione,
molto vivace, avviene grazie allazione di enzimi
presenti nella pianta ed è favorito dallimpiego
di acqua a temperatura gt 50C
Indacano
Indossile
62
Trascorsa una notte, la soluzione viene agitata
al fine di favorirne l'immissione di aria e
quindi i processi di ossidazione. L'ossigeno
dell'aria è in grado di ossidare l'indossile a
indigotina, composto blu insolubile in
acqua Si formano fiocchi di indigotina che
vanno a depositarsi sul fondo del contenitore,
mentre la soluzione rimanente ha colorazioni
varie tra il giallo e il marrone. I fiocchi di
indigotina blu sono infine essiccati e sagomati
in palline o in "torte", forme con cui era
commercializzato solitamente il materiale di
origine naturale
Indossile
Indigotina
63
Stabilimento per lestrazione dellindaco in
India (immagine tratta dallEncyclopédie di
Diderot e DAlembert)
Braccianti al lavoro nella battitura delle fibre
64
Oltre all'indigotina che costituisce il
principale agente colorante dell'indaco, nella
miscela sottoposta a fermentazione/ossidazione si
formano altre sostanze che contribuiscono al
colore finale del prodotto, come lindirubina o
rosso dindaco, il canferolo o giallo dindaco
(un derivato flavonico), sostanze azotate
(glutine dindaco) e ceneri la soluzione resta
invece di colore giallo-marrone per la presenza
di bruno dindaco. Il contenuto di indigotina può
variare da un minimo del 20 a un massimo del
50-60 quello dellindirubina si aggira sul
2-4 È interessante sottolineare il fatto
che l'indaco naturale, grazie al suo contenuto di
sostanze accessorie all'indigotina (per quanto di
difficile controllo), può avere diverse tonalità
di blu che non si possono ottenere con il suo
equivalente sintetico
Indirubina
65
L'indaco è uno dei coloranti più resistenti alla
luce ed è impiegato senza mordente (appartiene
cioè al gruppo dei coloranti sostantivi). In
quanto colorante al tino, la sua fissazione ai
tessuti richiede una procedura complessa. Non
essendo solubile in acqua, in acidi o in alcali
ma solo in solventi altobollenti, deve essere
trasformato in una forma solubile mediante
riduzione chimica. Viene perciò trattato, in
presenza di microorganismi riducenti, con alcali
e un agente
riducente, ottenendo lindaco bianco o
leucoindaco, solubile in acqua in ambiente
alcalino e trasferibile quindi su fibra
leucoindaco
La fibra viene impregnata di indaco ridotto, se
ne lava leccesso, e si espone il substrato
impregnato allaria provocando la riossidazione a
indaco. Si tratta in pratica di una
precipitazione microcristallina su fibra
66
Per quanto riguarda l'uso come pigmento nell'arte
pittorica, l'indaco andrebbe classificato più
correttamente tra i pigmenti che tra i coloranti,
per via della sua insolubilità in acqua e in
molti solventi organici Come pigmento, siccome
era considerato troppo scuro, veniva spesso
miscelato con sostanze
bianche come gesso, calcare, argilla o talco, o
comunque chiare, come cenere e sabbia. Si
potevano anche trovare come adulteranti sali
minerali provenienti dalla pianta, come carbonati
di calcio o magnesio, ossidi di ferro o
alluminio Lo stesso blu Maya, celebre pigmento
usato dalle civiltà mesoamericane, è un esempio
di pigmento ricavato dalla miscelazione di indaco
con un additivo
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Lindaco trova impiego nella pittura su tavola e
nella miniatura, mentre è sconsigliato nelle
pitture murali per via della sua relativa
fugacità. In unideale classifica di pregio per
pigmenti blu, era considerato inferiore sia al
blu oltremare, sia allazzurrite. Spesso era
mescolato con lorpimento o con locra gialla per
ottenere il verde Ci sono numerose evidenze del
suo impiego in pittura, soprattutto dal
Rinascimento in avanti. Un esempio famoso si ha
ne Lultima cena di Leonardo da Vinci
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Il guado
Molto simile allindaco, ma considerato di
qualità inferiore, era il guado questo è il nome
dato ancora oggi alla pianta erbacea perenne
della famiglia delle crucifere, nota come Isatis
tinctoria. Questa erba fu usata fin dalla
Preistoria come fonte di materia colorante
azzurra la sua coltivazione era diffusa in varie
parti del mondo e in tutta Italia fin
dallantichità, soprattutto presso Nocera Umbra
nella zona attorno al paese di Gualdo che prese
il suo nome dalla pianta
In Francia il guado di migliore qualità era noto
come pastel, termine poi usato anche per indicare
la pianta e da cui deriva il nome pastello, in
quanto il guado era miscelato con carbonato di
calcio e gomma e sagomato in forma di bastoncino
per disegnare
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Il guado contiene lo stesso principio colorante
dell'indaco, cioè l'indigotina il precursore è
invece leggermente differente, l'isatano B (sx)
anzichè l'indacano Nonostante l'identità dal
punto di vista composizionale, il guado è sempre
stato considerato meno pregiato rispetto
allindaco, a causa della quantità inferiore di
sostanza
colorante contenuta nell'Isatis tinctoria
rispetto all'Indigofera tinctoria Peraltro nei
reperti di tessuti e nelle opere pittoriche i due
coloranti sono del tutto indistinguibili dal
punto di vista diagnostico, ed è quindi complesso
stabilire storicamente dove sia stato impiegato
l'uno piuttosto che l'altro. È curioso il fatto
che in Europa questa identità di composizione fu
poco chiara almeno fino al Medioevo, tanto che in
antichità il guado era impiegato in campo tessile
e in campo pittorico, mentre l'indaco era
impiegato solo come pigmento. Plinio, infatti,
dice che il pigmento chiamato indaco si ricava
dal prodotto proveniente dall'India oppure dallo
strato superficiale del bagno di
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